Rise up! Rialzati!

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Rise up! Rialzati! Se stai attraversando un brutto periodo a lavoro, a casa, a scuola, in famiglia… rise up! Rialzati!

Caro amico,
chissà quante volte anche tu ti sei ritrovato a dover affrontare un periodo terribile nella tua vita. Un momento durante il quale non sapevi che scelte fare, come muoverti, a chi credere, di chi fidarti. Tutto, intorno a te, era totalmente buio e ti sembrava quasi di non avere più il terreno sotto ai piedi. Una sensazione di totale incertezza.
Sono sicuro che anche tu, almeno una volta, hai provato questa terribile sensazione. Forse per il lavoro, forse per gli affetti o altro. E, probabilmente, mentre leggi annuisci col capo e ricordi quel periodo e sei grato che adesso sia tutto solo un ricordo.
Ma hai mai riflettuto come sei riuscito a farlo diventare parte del passato? Come hai affrontato la situazione e come ti sei rialzato?
Bene, io ho voluto pensarci e riflettere a lungo sia per ricordamelo quando dovrò affrontare nuovamente un periodo nero, sia per essere d’aiuto anche a coloro che in questo momento stanno vivendo un momento di forte difficoltà. Non importa che sia economica, emotiva o di altra natura. La cosa che sappiamo per certo è che, quando ti capita, quel momento ti atterra totalmente. È come se ti si legassero i piedi e le mani e tutto attorno diventasse cupo. E per quanto le persone che ti stanno intorno cerchino di darti una mano, non sei assolutamente capace di afferrarla.
Come ho fatto, allora, a rialzarmi? Me lo domando da un po’. Nella mia vita ne ho attraversati tanti di momenti terribili e tutte le volte, dopo l’oscurità più totale, quando mi sembrava che non ci fosse più nulla da fare, mi sono rialzato. Credo che ci sia un filo comune che può condurre chiunque di noi a uscire fuori da quel baratro e per trovarlo è necessario scoprire cosa ci fa finire lì dentro.
Perché sto scrivendo ciò? Perché se vogliamo percorrere la strada del successo e arrivare fino in fondo, dobbiamo cominciare per prima cosa a liberarci di tutti quei pesi che non ci permettono di proseguire liberamente il nostro percorso; in secondo luogo è necessario ritrovare quella luce dentro di noi che ci dà la forza di andare avanti e nutre la stima di noi stessi, la fiducia in ciò che siamo e che possiamo fare.
Dunque, partiamo con l’analisi: la causa scatenante. Possiamo ben affermare che ciò che determina il nostro entrare in quel tunnel di tristezza, di scoramento, è l’impatto forte con una situazione che non ci aspettavamo e che modifica repentinamente, quasi con violenza, la direzione che noi stessi stavamo dando alla nostra vita. Questo genera uno stato di confusione e di annebbiamento dei nostri pensieri riflessivi e la nostra razionalità cede il posto fin troppo speditamente alle emozioni negative. Mi rendo conto, sempre più spesso, che oggigiorno, sono in aumento le persone che “cadono in depressione” troppo facilmente e, talvolta, per motivi futili. Ma perché? Credo che il motivo sia semplicissimo: siamo abituati a “vincere facile”. Vedi? I nostri nonni (per chi come me ha l’ultimo esemplare di nonna che ha compiuto da poco gli 81 anni può capire meglio) hanno vissuto in un’epoca in cui, anche un semplice tozzo di pane dovevano sudarselo e non sempre riuscivano a ottenerlo… e nessuno di loro entrava in depressione o si sentiva uno sconfitto. Incassavano il colpo, si facevano male anche loro e soffrivano come noi… ma poi si rialzavano subito e tornavano alla carica perché sapevano che nessuno, se non loro stessi, avrebbero potuto farlo. Oggi, invece, è tutto a portata di mano, tutto può essere acquistato. Siamo cresciuti (e ancora di più le nuove generazioni), per lo più con dei genitori che non permettono ai propri figli di “soffrire”. Guardatevi intorno: bambini con smartphone costosi e che, non appena si lagnano un paio di secondi, ottengono ciò che desiderano. Perché? Perché i genitori hanno paura di affrontare dei figli che possano rimproverarli di non essere stati all’altezza; perché non vogliono far passare ai propri figli le stesse “privazioni” che hanno subìto loro (e che, però, gli hanno insegnato a vivere in questo mondo senza pensare di essere delle divinità a cui tutto è concesso). Quindi, tornando al nostro discorso. Come mai una vicenda, una frase, un’esperienza, una qualunque cosa, può arrivare a generare in noi quell’impatto forte che cambia la nostra direzione senza che noi lo volessimo? Una prima causa è proprio questa: l’avvertire di aver perso (o non ottenuto) qualcosa che consideravamo nostra in qualche modo (il nostro lavoro; la nostra indipendenza economica; la nostra auto; la nostra ricchezza; la nostra felicità; la nostra sicurezza; il nostro partner; ecc…). L’impatto è quel momento in cui ce ne rendiamo conto. Nel caso del lavoro potrebbe essere il giorno in cui riceviamo la lettera di licenziamento; nel caso del partner, il momento in cui siamo mollati; e così via.
Però secondo me questa è solo la punta dell’iceberg, sono convinto che ci sia dell’altro, che la causa, in fondo, sia ben più profonda. Credo che sia tutto al livello di emozioni, di credenze e pregiudizi talmente radicati da non accorgerci nemmeno di averli. Proprio mentre scrivevo, ricordandomi di quei momenti, ho cercato di analizzare meglio quello che provavo: delusione, frustrazione, senso di resa, incapacità di muovermi, incapacità di trovare soluzioni, piangersi addosso, e così via. Così mi sono chiesto: ma dove ho imparato a sentirmi così di merda?
Ebbene, amico mio, devo confessarti che la risposta non mi è piaciuta: ancora una volta la società la fa da padrona. In particolar modo, bisogna ammettere che viviamo in un mondo in cui tutto si misura, tutto si quantifica, a tutto si dà un voto, per tutto si esprime un giudizio, per tutto si fa una gara. Così comincio ad andare indietro coi ricordi e… mi ritrovo alla scuola materna. Già da lì ci insegnano a dover prendere una direzione unica e portarla avanti fino alla fine. Sbagli? Sei un asino. Cambi? Sei incostante. Ti fermi per riflettere? Sei svogliato. E non finisce qui: “guarda il compagnetto, lui sì che è bravo, ha fatto un disegno migliore del tuo!”. La cosa, amplificata, prosegue con l’andare avanti con gli anni scolastici. Studiare non serve più per imparare, ma è una gara a essere il migliore degli altri. Studio per superare gli altri; per non deludere i miei genitori; per non venire meno alle aspettative che qualcun altro ha su di me. La scuola è il primo campo di battaglia in cui ci si esercita a vivere prendendo un’unica immutabile direzione. E così, poi, anche in famiglia, in palestra e così via. Oggi sorrido pensando ai “giochi di squadra” fatti alle elementari in cui molti lavoravano tanto e poi il merito era comunque del cocco o della cocca della maestra. E scandagliando i vari momenti della vita, vedrai che questo “clima” lo troverai in qualunque settore e in qualunque età. Persino oggi, osserva bene, è così. Quindi cosa potremmo dedurre? Che nasciamo “settati” per essere capaci di reagire positivamente ai cambiamenti, compresi quelli repentini, grazie a quello che viene detto “spirito di adattamento”, ma poi veniamo caricati di “dati” che ci danno una “piega” diversa, facendoci diventare quasi delle copie uno dell’altro, seguendo per lo più meccanismi e schemi tutti uguali. E ognuno di noi crea il proprio “mondo” esattamente allo stesso modo degli altri, delimitando la propria zona di confort, il proprio habitat all’interno del quale si sente sicuro e si instaura l’inconscia (ma anche falsa) certezza che nulla potrà cambiare e perciò cominciare a basare la nostra felicità, la nostra soddisfazione su quel “mondo” che ci fa sentire sicuri di noi, fiduciosi, coraggiosi e capaci. Ma cosa succede quando a causa di qualcosa o di qualcuno la nostra zona di confort viene infranta? È semplice: l’impatto con la realtà che ci fa stare talmente male che chiudiamo in noi stessi e ci fa concentrare su tutto ciò che è negativo. Questo perché? L’ho detto poco sopra ma voglio ricordartelo: perché costruiamo il nostro essere felici su ciò che non può darci una reale sicurezza proprio perché spesso è qualcosa su cui non abbiamo il totale controllo e, quindi, di fatto, non dipende dalla nostra volontà, o unicamente dalla nostra volontà.
Un esempio semplice: il rapporto con il partner. Se sei felice in funzione di ciò che il partner fa per te prima o poi ti ferirà e tu ne soffrirai. Penso sia inutile fare altri esempi.
Potrai chiedermi, ma allora, su cosa dovrei basare la mia felicità? Questo è un argomento che approfondiremo la prossima volta, tuttavia, con un esempio, cercherò di fartelo capire. Torniamo sempre all’esempio di cui sopra: rapporto con il partner. Anziché essere felice per ciò che partner fa per te, sii felice per ciò che tu fai per il tuo partner.
Qualcuno un giorno disse: “C’è più gioia nel dare che ne ricevere”… ecco, dare implica la tua totale volontà, incontrollabile dagli altri se non da te stesso, e se sei felice perché “stai dando” tutto ciò che verrà dall’altro non impatterà negativamente su di te. Perché? Ancora non ci arrivi? Perché quando sei tu che “guidi” la tua vita, sei tu che prendi le decisioni, sei tu che fai le scelte in accordo con ciò che desideri, con ciò che vuoi.
Io oggi sono felice nonostante sono ancora lontano da quello che penso sia la mia realizzazione, la mia vision. E perché sono felice? Perché da un paio d’anni ho imparato a scegliere io, a decidere io, a non dipendere dal come gli altri si “innestano” nella mia quotidianità.
Penso che per adesso sia meglio fermarci. Rifletti su quanto ti ho detto, vedrai che anche tu ti renderai conto di quanto, nella tua vita, siano spesso gli altri e “guidare” e di quanto gli impatti che ti costringono a cambiare rotta siano dovuti al tuo modo di vivere all’interno di schemi che ti sono stati forniti da piccolo.
Ma c’è una via d’uscita, ricordalo, e questa via d’uscita la troveremo insieme.

 

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